The fate of patients after failed epicardial ablation of atrial fibrillation

Much debate is still going on about the best ablation strategy—via endocardial or epicardial approach—in patients with atrial fibrillation (AF), and evidence gaps exist in current guidelines in this area. More specifically, there are no clear long-term outcome data after failed surgical AF ablation.

Background: Much debate is still going on about the best ablation strategy—via endocardial or epicardial approach—in patients with atrial fbrillation (AF), and evidence gaps exist in current guidelines in this area. More specifcally, there are no clear long-term outcome data after failed surgical AF ablation.
Methods: Since June 2008, 549 surgical AF ablation procedures through a right minithoracotomy were performed at our institution. From 2008 to 2011, a unipolar radiofrequency device was used (151 patients), whereas from 2011 to 2020 a bipolar radiofrequency device was used (398 patients). Patients were scheduled for surgery on the basis of the following criteria: recurrent episodes of paroxysmal or persistent lone AF refractory to maximally tolerated antiarrhythmic drug dosing and at least one failed cardioversion attempt. Besides the recommended follow-up by the local
cardiologist, starting from 2021, surviving patients were asked to undergo assessment of left ventricular function and to complete a questionnaire addressing quality of life and predisposing factors for recurrent AF.
Results: At a mean follow-up of 77 months, the rate of AF recurrence was 20.7% (n=114). On multivariate analysis, impaired left ventricular ejection fraction (58 patients, 51%, p=0.002), worsening of European Heart Rhythm Association (EHRA) symptom class (37 patients, 32%, p=0.003) and cognitive decline or depression (23 patients, 20%, p=0.023) during follow-up were found to be signifcantly associated with AF recurrence.
Conclusions: Surgical AF ablation through a right minithoracotomy is safe, but a better outcome could be achieved using a hybrid approach. Patients after initial failed surgical AF ablation show worsening of cardiac function, clinical status and quality of life at follow-up compared to patients with successful AF ablation.
Keywords: Atrial fbrillation, Surgical ablation of atrial fbrillation, Catheter ablation of atrial fbrillation

Sanità, nuova tecnica per la fibrillazione atriale sperimentata a Bari: “Approccio mini invasivo”

L’innvazione permette di ristabilire un normale ritmo cardiaco con un’incisione di pochi centimetri e in anestesia generale, senza circolazione extra corporea”: la tecnica all’Anthea.

È una tecnica innovativa che consente di ripristinare il normale ritmo cardiaco in chi soffre di fibrillazione atriale. A metterla a punto è stato il team di cardiochirurgia di Anthea hospital di Bari. “Abbiamo integrato la tecnica tradizionale di ablazione endocardica percutanea con quella epicardica chirurgica con approccio mininvasivo”, spiega Giuseppe Nasso, responsabile del dipartimento di Cardiochirurgia.

“Con il nostro lavoro – aggiunge – abbiamo identificato una nuova linea di ablazione corrispondente al cosiddetto fascio di Bachmann, una struttura del cuore che trasmette l’impulso elettrico permettendo la corretta contrazione del muscolo cardiaco, ma che nei soggetti affetti da fibrillazione atriale può essere anch’esso responsabile del mantenimento dell’aritmia”.
Si tratta di una procedura mininvasiva e l’approccio avviene attraverso una piccola incisione chirurgica di circa 3-4 cm a livello dell’emitorace destro e con una sonda all’interno del pericardio. L’operazione viene eseguita in anestesia generale, a cuore battente e senza la necessità della circolazione extracorporea e ha una durata di circa 45-60 minuti.

“Dopo l’intervento – spiega Nasso – il paziente è trasferito nel reparto di terapia sub-intensiva, sveglio, dove rimane alcune ore in osservazione prima di essere portato in reparto di degenza ordinaria. Durante la degenza il paziente è sottoposto esami ematochimici di routine, a controllo costante del ritmo cardiaco mediante telemetria, a ecocardiogramma per la valutazione della funzionalità cardiaca e a rx torace per escludere versamenti pleurici. È anche somministrata una terapia farmacologica antiaritmica per il mantenimento del ritmo sinusale e a terapia anticoagulante per la prevenzione degli eventi cardioembolici”.

Le dimissioni avvengono solitamente dopo quattro giorni. I tempi di recupero e il ritorno a una normale attività quotidiana sono molto rapidi. La nuova procedura è già stata eseguita su 30 pazienti affetti da fibrillazione atriale e non sono state osservate complicanze chirurgiche peri-procedurali. La tecnica ha ridotto in maniera significativa il rischio di recidiva. Lo studio ha dimostrato che, a distanza di un anno, l’87% dei pazienti sottoposti alla procedura non presenta fibrillazione atriale.

Fonte: Repubblica Bari – https://bari.repubblica.it/cronaca/2020/05/15/news/nuova_tecnica_fibrillazione_atriale_bari-256747851/

Aritmie: la scoperta di Giuseppe Nasso

L’altro quotidiano.it: medicina e ricerca. Aritmie: la scoperta di Giuseppe Nasso di Vincenzo Pitaro.

La più recente conquista della Ricerca italiana in campo cardiologico? 

Porta il nome di uno scienziato calabrese di fama internazionale, originario di Polistena (Reggio Calabria), che da anni vive ed opera a Roma: il professor Giuseppe Nasso, direttore dell’Istituto Clinico Cardiologico «Gvm Care and Research» di Roma, oltre che co-responsabile della cardiochirurgia e chirurgia vascolare dell’Anthea Hospital di Bari e docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore.

La sua scoperta – recentemente ufficializzata dalla pubblicazione sulla più importante testata giornalistica della letteratura scientifica, il «Journal of Thoracic and Cardiovascular Surgery» – riguarda la fibrillazione atriale, un’aritmia cardiaca che origina dagli atri del cuore. Grazie a questa scoperta del professor Nasso, oggi è infatti possibile predire in maniera più affidabile – attraverso un semplice prelievo del sangue – se il paziente è a rischio.

Lo scienziato, in pratica, addebita la causa di questa patologia a una sostanza presente nel sangue, l’omocisteina, che – a suo parere – si associerebbe con l’insorgenza e il ritorno dell’aritmia cardiaca. «Più alto è il valore di questa sostanza nel sangue», dice il prof. Nasso, «e più si corre il rischio di essere affetti da fibrillazione atriale».

Una scoperta senza dubbio rivoluzionaria che ha suscitato non poco interesse anche nel mondo della Ricerca americana e che il suo autore – qualche giorno addietro – è stato invitato ad illustrare con successo a Los Angeles, presso il congresso mondiale dell’«International Society for Minimally Invasive Cardiac Surgery». Che dire? D’ora in poi, il medico di famiglia potrà dunque disporre – per merito di questa ricerca del professor Nasso – di un nuovo test ematico, di un ulteriore esame di laboratorio che consentirà di sondare con certezza le condizioni di salute del proprio paziente. E non è certamente una cosa da poco. La fibrillazione atriale – come si sa – è un importante fattore di rischio per lo stroke, per l’ictus. La perdita della contrazione atriale, l’irregolarità del battito del cuore e l’aumento della pressione di riempimento possono compromettere la funzione ventricolare sinistra, in maniera variabile, sotto sforzo, e la tolleranza agli sforzi può essere di gran lunga ridotta.

In Italia e nel mondo, circa un quinto degli stroke è dovuto a questa aritmia. Una malattia cardiaca che costituisce anche un fattore di rischio per una riduzione della capacità cognitiva, per le ospedalizzazioni ripetute, e che in generale può determinare una riduzione della qualità di vita. Per di più, la percentuale di mortalità nei pazienti affetti da fibrillazione atriale – come riportano i sondaggi della Stampa medico-scientifica italiana – è raddoppiata nel corso degli anni. La scoperta del professor Nasso, quindi, accende la speranza.

In Italia c’è molto entusiasmo negli addetti ai lavori. E non poco rammarico – ci verrebbe fatto di sottolineare – per come vanno (e continuano inesorabilmente ad andare) le cose nel mondo della Ricerca, dal punto di vista finanziario. La scienza in Italia, ahinoi!, difatti è sempre più povera, sempre più in crisi. Stato e privati investono a malapena l’1,20 per cento del prodotto interno lordo per la Ricerca scientifica e tecnologica. Soltanto «pochi spiccioli» all’anno, se si considerano le cifre piuttosto rilevanti che vengono destinate nei Paesi d’Europa, o addirittura quelle astronomiche degli Usa. Eppure, vivaddio, i cervelli non mancano. E i risultati neppure.

Un ricercatore, scienziato di fama, che opera a Milano, confidandoci il suo disagio – e quello di tanti suoi altri colleghi – ci dice: «Se un giorno voglio studiare il comportamento delle formiche in un sistema inerziale, studio che non serve a nulla e a nessuno, lo faccio e nessuno mi dice nulla». In altre parole, «qui da noi manca anche il cooordinamento a quelle poche ricerche che facciamo e anche questo contribuisce a far sì che esse non si trasformino in brevetti, royalties, produzioni, ordini, oggetti, commesse, procedimenti, ecc.

Ricerca e sviluppo tecnologico vogliono dire Progresso, con la “P” maiuscola, e lavoro. La nostra Ricerca di base, tuttavia, è molto più seguita all’estero che non in Italia. L’imprenditoria privata non la promuove, o ne fa pochissima». Pochi, insomma, si accorgono che gli scienziati sono il nostro miglior patrimonio!

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